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Ricostruzione dell’evento

Il nubifragio del 10 settembre su Vicenza: che cosa dicono le misure

Una depressione isolatasi sull’Italia settentrionale, otto giorni di anticiclone subtropicale e un Adriatico a trenta gradi: la circolazione che ha prodotto due giorni di temporali, e le tre ore che hanno messo Vicenza sott’acqua mentre il fiume restava sotto la prima soglia.

Vicenza e Alto Vicentino · · evento del

Il pomeriggio del 10 settembre 2026 Vicenza è finita sott’acqua in poco più di due ore, mentre il fiume che attraversa la città restava lontano dalla prima soglia di allerta. Le due cose sembrano incompatibili e non lo sono: contengono, messe insieme, la spiegazione dell’evento. La pioggia non è arrivata da monte lungo un alveo, è caduta direttamente sul tessuto urbano, e lo ha fatto con un’intensità che nessuna rete di drenaggio urbano è dimensionata per smaltire.

L’episodio va letto su due giorni, e prima ancora sugli otto che lo precedono. Non è una perturbazione qualunque arrivata su una pianura qualunque: è il cedimento di una struttura anticiclonica che aveva accumulato calore e vapore per settimane, sostituita da una circolazione depressionaria che si è fermata proprio sopra l’Italia settentrionale.

Il serbatoio: otto giorni di anticiclone

Dal 1° all’8 settembre la stazione di Thiene non ha registrato un solo millimetro di pioggia. Le massime hanno oscillato fra 30,1 e 33,6 °C, le minime non sono mai scese sotto i 21,7 °C, e il vento medio giornaliero è rimasto sui 3,9 km/h, con direzioni prevalenti fra est e nord-est. Sono i tratti di un regime anticiclonico maturo: aria che scende lentamente, si comprime e si riscalda, nessun meccanismo che la rimescoli, brezze locali al posto di un flusso sinottico.

Quella struttura era di matrice subtropicale. Le analisi diffuse nei giorni precedenti la descrivono come la sesta ondata di calore della stagione, con anomalie di 6-8 °C sulla norma e lo zero termico spinto a 4400-4600 metri: la colonna d’aria era calda non solo al suolo, ma per tutto il suo spessore. Sotto di essa il mare continuava a scaldarsi senza che nulla lo raffreddasse.

È qui che si accumula il combustibile dell’evento. La quantità di vapore che una massa d’aria può contenere cresce di circa il sette per cento per ogni grado in più, e l’effetto si compone: sei gradi sopra la norma significano, a parità di umidità relativa, circa il cinquanta per cento di vapore in più a disposizione della prima perturbazione che passi. A questo si somma l’evaporazione da una superficie marina eccezionalmente calda. Alla fine di agosto le boe della rete mareografica nazionale hanno misurato 30,2 °C alla bocca di porto del Lido e 29,3 °C a Trieste, valori che collocano i mari italiani fra i 4 e i 6 °C sopra la media del periodo 1991-2020. Un Adriatico settentrionale a trenta gradi cede all’atmosfera calore latente per tutta l’estate e non smette di farlo quando arriva la perturbazione: diventa la sorgente che la alimenta.

L’innesco: la saccatura, e un minimo che si ferma

Il cambio arriva dall’alto e da nord. Nella prima decade di settembre il flusso occidentale si è abbassato di latitudine e ha scavato un’ampia saccatura sull’Europa: le analisi del campo di geopotenziale a 500 hPa collocano il cuore dell’anomalia negativa sull’Europa settentrionale, con l’asse della depressione allungato verso il Mediterraneo occidentale. Il cuneo subtropicale, che per settimane aveva bloccato ogni ingresso atlantico, è stato spinto verso sud e ha ceduto.

Il dettaglio che fa la differenza non è però l’arrivo della saccatura: è il modo in cui si è chiusa. Invece di transitare da ovest a est e uscire sui Balcani in ventiquattr’ore, il ramo meridionale si è isolato in una circolazione depressionaria autonoma, con un minimo al suolo di circa 1007 hPa sull’Italia centro-settentrionale alle 06 UTC del 10 settembre, e con i centri d’azione in quota e al suolo quasi sovrapposti sulla verticale. Una depressione così costruita perde il motore che la farebbe avanzare — il contrasto fra il flusso in quota e il centro di bassa pressione sotto — e rallenta fino a stazionare. Per il territorio che le sta sotto la conseguenza è immediata: le precipitazioni non passano, insistono.

Attorno a quel minimo la circolazione è antioraria. Con il centro depressionario sull’Italia centro-settentrionale e pressioni più alte sui Balcani, il Veneto è finito nel settore in cui l’aria nei bassi strati arriva da est e da sud-est: cioè dall’Adriatico, la superficie più calda e umida disponibile. La perturbazione non ha portato con sé l’acqua che ha scaricato — è andata a prenderla al mare, di continuo, per due giorni.

Il 9 settembre: il fronte, misurato dalla stazione

Il passaggio frontale ha lasciato al suolo una firma che non si presta a interpretazioni. A Thiene la temperatura massima del 9 settembre è stata registrata alle 02:55 — di notte — e la minima alle 10:07, sette ore più tardi: una giornata che si raffredda mentre il sole sale non è una giornata nuvolosa, è un’altra massa d’aria che prende il posto della precedente. La media giornaliera è passata da 28,1 °C dell’8 settembre a 21,7 °C, e il giorno dopo a 19,0 °C.

16202428323630,1132,3232,9333,9433,2532,6633,1733,6825,5923,61024,61125,312massima giornaliera, °C · la linea è la normale 2012-2026 dello stesso giorno
Massime giornaliere a Thiene dal 1° al 12 settembre, con la normale 2012-2026 dello stesso giorno. Otto colonne sopra la linea, poi il gradino del 9 settembre: la fase calda non si attenua, finisce.

Anche l’ora del vento è coerente. La raffica massima del 9 settembre, 38,6 km/h, è stata misurata alle 08:10, sette minuti prima del picco di pioggia delle 08:17; il 10 settembre la sequenza si ripete, con 45,1 km/h alle 05:45 e il massimo di intensità alle 05:52. È l’ordine tipico di un temporale organizzato: l’aria fredda che scende dalla nube raggiunge il suolo, si allarga in avanti e solleva l’aria calda che trova davanti a sé, e solo dopo arriva il nucleo di precipitazione.

Il 9 settembre è stato anche il giorno elettricamente violento dei due. Negli 11 punti monitorati dell’Alto Vicentino le rilevazioni di fulmini vicini sono state 69.239, contro le 3286 del giorno successivo, e il radar ha misurato riflettività fino a 58,8 dBZ: correnti ascensionali profonde, capaci di portare le particelle di ghiaccio alle quote dove la separazione di carica è efficiente.

Anche la geometria del passaggio è quella di un fronte: 6 degli 11 pluviometri si sono bagnati nell’arco di venticinque minuti, fra le 03:05 e le 03:30. Una linea che attraversa il territorio quasi in blocco, non celle che nascono e muoiono sul posto. Le quantità maggiori si sono raccolte in quota, fra Altopiano di Asiago e Tonezza del Cimone, dove al sollevamento frontale si è aggiunto quello imposto dal rilievo all’aria umida che gli arrivava contro.

Il 10 settembre: la pioggia senza il fronte

La giornata del nubifragio, paradossalmente, non è quella del fronte. Il 10 settembre il sistema frontale era già passato e la pianura si trovava dentro la circolazione chiusa della depressione, alimentata dal flusso umido adriatico nei bassi strati e sormontata da aria più fredda in quota. Una configurazione del genere non produce una linea temporalesca che attraversa: produce convezione che si riaccende sempre negli stessi punti, dove una discontinuità nel vento al suolo costringe l’aria a convergere e a salire.

I numeri lo confermano dal lato opposto a quello che ci si aspetterebbe. Il 10 settembre i fulmini crollano a 3286 e la riflettività massima scende a 53,4 dBZ, 49,6 sopra Vicenza: temporali meno profondi e meno elettrici di quelli del giorno prima. Eppure è questo il giorno che porta gli accumuli record. La spiegazione sta nell’efficienza: in una massa d’aria satura fin quasi al suolo, alimentata da un mare caldissimo, la pioggia si forma in gran parte per collisione fra gocce liquide anziché attraverso la fase ghiacciata. Le nubi sono più basse, danno un’eco radar più modesta e producono pochi fulmini, ma restituiscono al suolo una frazione molto più alta dell’acqua che le attraversa. Meno spettacolo, molta più acqua.

La differenza fra un temporale che passa e uno che si rigenera non sta nella violenza del singolo rovescio, ma nella durata. Un nucleo che attraversa un paese in dieci minuti lascia pochi millimetri anche alle intensità più elevate; una sequenza che si ricostruisce per quattro ore sullo stesso punto ne lascia ottanta.

Perché proprio sopra Vicenza, e non dieci chilometri più in là, è la domanda a cui i dati al suolo rispondono meno bene: individuare la linea di convergenza richiede il campo di vento alla scala del chilometro, che i pluviometri non misurano. Quello che si può dire con sicurezza è che il sistema si è mantenuto quasi fermo per quattro ore sul settore urbano, mentre a nord, in Alto Vicentino, la stessa fase pomeridiana passava in tempi molto più brevi. Le due condizioni che rendono possibile questo comportamento erano entrambe presenti: un afflusso di aria umida nei bassi strati che non si esaurisce, perché viene dal mare, e una rotazione del vento con l’altezza che sposta le celle nuove sul fianco sopravvento di quelle mature, ricostruendo il sistema alla stessa velocità con cui si consuma.

Il dato che conta non è l’intensità, è la durata

Il pluviometro di Vicenza - Sant’Agostino, a quota 29 m, legge ogni cinque minuti. La sua serie del 10 settembre mostra una pioggia che inizia debole poco dopo le 15:05, sale a regime di rovescio già alle 15:40, raggiunge il massimo istantaneo di 69,6 mm/h alle 16:20 e poi, invece di cessare, continua a oscillare fra i venti e i quarantacinque millimetri all’ora per altre due ore e mezza. Quando smette, alle 19:10, ha lasciato 88,4 mm.

01836547202448729615:0016:0017:0018:0019:00intensità, mm/h (sinistra) · accumulo, mm (destra)
Intensità a cinque minuti (barre) e accumulo progressivo (linea) al pluviometro di Vicenza nel pomeriggio del 10 settembre. Il picco delle 16:20 è breve, ma la curva dell’accumulo non si appiattisce: più della metà dell’acqua arriva dopo quel momento.

Il confronto con l’Alto Vicentino chiarisce il punto. La stazione di Thiene, lo stesso giorno, ha misurato un picco istantaneo più elevato — 88 mm/h alle 05:52, con una raffica di 45 km/h — e tuttavia nella sua ora più piovosa ha raccolto 13,7 mm contro i 44 di Vicenza. Nelle tre ore peggiori il rapporto diventa 18,2 mm contro 80,6. L’intensità di punta a Thiene era superiore di un quarto; l’acqua accumulata a Vicenza è stata quattro volte tanta.

02448729626,813,730 min4413,71 ora80,618,23 ore88,420,26 oremillimetri nella finestra più piovosa della giornata
Accumulo massimo sulle finestre mobili della giornata del 10 settembre: in ambra Vicenza, in azzurro Thiene. A trenta minuti Vicenza raccoglie il doppio; a tre ore il rapporto sale a quattro a uno.

I valori calcolati su questa serie trovano conferma in un’elaborazione indipendente: sui dati ARPAV le tre ore più intense valgono 79,6 mm e le sei ore 88,6 mm, cifre che coincidono entro il millimetro con la ricostruzione qui descritta. Ai due valori vengono attribuiti tempi di ritorno superiori rispettivamente a 50 e a 20 anni: secondo la stessa elaborazione, cumulate analoghe su quelle durate non si erano più registrate dall’inizio dell’archivio ARPAV disponibile per la stazione, nel 2009.

Un ordine di grandezza aiuta a fissare la scala. Sulla serie giornaliera 2010-2025 quella stazione raccoglie 1122 mm in un anno mediano, distribuiti su 91 giornate piovose: in media circa dodici millimetri per ogni giorno di pioggia. Le tre ore del pomeriggio del 10 settembre ne hanno portati 79,6, e l’intera giornata, 93,4 mm, ha superato la pioggia di un settembre mediano intero (87 mm), restando però sotto il massimo giornaliero dell’archivio, 116 mm il 16 maggio 2013. Non è il totale del giorno a rendere eccezionale questo evento: è quanto di quel totale è arrivato in tre ore, l’86 per cento.

Perché a Vicenza i danni sono stati così estesi

Vicenza convive da secoli con il rischio idraulico: è costruita dove il Bacchiglione riceve il Retrone e l’Astichello, in una conca a debole pendenza, e le piene che l’hanno segnata — dal 1966 al novembre 2010 — sono arrivate dai fiumi. Le opere realizzate da allora rispondono a quel rischio: il bacino di laminazione sul Timonchio a Caldogno trattiene fino a 3,8 milioni di metri cubi, quello sull’Orolo 1 milione, quello sul Bacchiglione 1,2 milioni.

Il 10 settembre, però, il fiume non è stato il problema. L’idrometro di ponte degli Angeli è salito da 0,71 m del giorno precedente a 1,90 m alle 18:30, restando 1,10 m sotto la soglia di attenzione e tre metri e mezzo sotto quella di pericolo. Il colmo è arrivato oltre due ore dopo il culmine della pioggia — è il tempo che l’acqua impiega a percorrere il bacino — e questo sfasamento è già di per sé un indizio: i due fenomeni hanno scale temporali diverse, e l’allagamento della città era in corso da un pezzo quando il fiume ha raggiunto il suo massimo. Per confronto, nell’alluvione del 29 febbraio 2024 lo stesso idrometro aveva raggiunto 5,26 m e il Retrone 3,83 m contro una soglia di 2,80.

attenzione3,00guardia4,60pericolo5,40Prima, il 9 settembre0,71 mMassimo del 10 settembre1,90 mPiena del 29 febbraio 20245,26 mmetri all’idrometro di ponte degli Angeli
Il livello del Bacchiglione in città accanto alle tre soglie pubblicate. Il 29 febbraio 2024 la città si era allagata per una piena fluviale; il 10 settembre si è allagata con il fiume nella sua normalità, e il colmo di 1,90 m è arrivato alle 18:30, a pioggia quasi finita.

Si tratta quindi di due fenomeni diversi, che si somigliano solo negli effetti visibili. Nell’allagamento fluviale è il corso d’acqua a non contenere più la portata che gli arriva da monte. Nell’allagamento pluviale, quello del 10 settembre, la pioggia cade direttamente sulla superficie urbana e la rete di raccolta non riesce a portarla via: i pozzetti non drenano, i collettori entrano in pressione, l’acqua risale e si accumula nei punti topograficamente depressi, che sono i sottopassi, i piani interrati e gli avvallamenti stradali. È esattamente la distribuzione dei danni osservata, dai quaranta centimetri d’acqua in via della Stanga ai sottopassi chiusi, alle cantine invase, alle infiltrazioni in tribunale e al cedimento di una porzione di controsoffitto nel pronto soccorso del San Bortolo.

La ragione per cui la rete non ha tenuto è dimensionale, e si può enunciare senza formule. Le reti di drenaggio urbano vengono progettate, per prassi consolidata, su piogge con tempi di ritorno dell’ordine di pochi anni: una scelta economica, non un’omissione, perché dimensionarle sull’evento cinquantennale richiederebbe condotte di sezione sproporzionata per tutto il resto della loro vita. Ne segue che una pioggia con tempo di ritorno superiore al mezzo secolo sulla durata critica del bacino urbano produce un deflusso superiore alla capacità di progetto per definizione, qualunque sia lo stato di manutenzione.

A questo si aggiungono tre condizioni locali che hanno peggiorato il bilancio. La prima è la durata critica: per un bacino urbano di piccole dimensioni il tempo che l’acqua impiega a raggiungere il collettore è di qualche decina di minuti, e la finestra che conta è quindi quella dei trenta-sessanta minuti — 26,8 mm e 44 mm in questo caso, di cui 19,8 mm concentrati nei soli venti minuti fra le 16:10 e le 16:30. La seconda è l’impermeabilizzazione: su asfalto e coperture il coefficiente di deflusso si avvicina all’unità, cioè quasi tutta la pioggia diventa ruscellamento immediato, mentre le superfici permeabili che in passato attenuavano il colmo sono in buona parte scomparse. La terza è la rete stessa: una parte dei collettori cittadini è di tipo misto, cioè raccoglie acque bianche e nere nello stesso condotto, e il gestore del servizio idrico ne sta progressivamente separando i tratti più critici proprio per questa ragione.

Va considerato, infine, lo stato del terreno. Il 9 settembre al pluviometro cittadino erano già caduti più di 20 mm, ai quali si sono aggiunti i rovesci della notte successiva. Quando è iniziata la fase intensa del pomeriggio, lo strato superficiale del suolo era prossimo alla saturazione e la sua capacità residua di assorbimento era ridotta: una frazione maggiore della pioggia si è trasformata in deflusso rispetto a quanto sarebbe avvenuto su un terreno asciutto.

Quello che questa pioggia non ha risolto

Il contesto in cui l’evento è arrivato era opposto. Al 9 settembre la stazione di Thiene registrava 539 mm dall’inizio dell’anno contro una mediana d’archivio di 903 mm a pari data, 40 per cento in meno, ed era il 2º anno più asciutto dei 14 confrontabili. Il bilancio fra pioggia e domanda evaporativa era di -341 mm, con una domanda di 881 mm che costituisce il valore più alto dell’archivio a pari data.

I due giorni di temporali hanno portato a Thiene 50 mm complessivi: una quantità significativa per una giornata, marginale rispetto a un deficit che si misura in centinaia di millimetri. E c’è una ragione fisica perché valga ancora meno di quanto il numero suggerisca: la pioggia convettiva molto intensa supera la velocità di infiltrazione del suolo, defluisce in superficie e raggiunge i corsi d’acqua senza ricostituire le riserve profonde. Per la ricarica servono precipitazioni moderate e prolungate, che sono il contrario di quelle osservate.

L’evento ha invece chiuso la fase calda. A Thiene la massima è passata dai 33,6 °C dell’8 settembre — 6,4 °C sopra il valore tipico del periodo — ai 23,6 °C del 10 settembre, con un calo di 10 °C in due giorni e un ritorno sotto la norma stagionale.

Che cosa si può concludere, e con quali limiti

La lettura che i dati sostengono è questa: un evento raro per intensità e durata, caduto nel punto peggiore, su una superficie che restituisce quasi tutta l’acqua che riceve e che viene drenata da una rete dimensionata per piogge molto più ordinarie. Il sistema fluviale ha contenuto senza difficoltà la portata in arrivo, e le opere di laminazione non sono state chiamate in causa, perché il problema non veniva da monte: veniva dall’alto, sopra la città.

Restano i limiti da dichiarare. Le misure di pioggia qui usate vengono da pluviometri puntuali, e un temporale quasi stazionario ha gradienti molto stretti: il valore di una stazione descrive il suo intorno, non l’intera area urbana, che può aver ricevuto localmente di più o di meno. I tempi di ritorno sono stimati su archivi di pochi decenni e vanno letti come ordini di grandezza, non come periodicità: dire «più di cinquant’anni» non significa che un evento simile non possa ripetersi l’anno prossimo. E una singola giornata, per quanto estrema, non dimostra da sola una tendenza: sono le serie lunghe a farlo, e su questo territorio il segnale robusto riguarda le temperature, non ancora le intensità di pioggia.

Quello che l’episodio del 10 settembre mostra con chiarezza è un’asimmetria già nota alla gestione del territorio e meno al senso comune: la difesa dalle piene dei fiumi e la difesa dall’acqua che cade direttamente sulle città sono due problemi distinti, con strumenti distinti. Il primo si affronta con casse di espansione e arginature, il secondo con invasi locali, separazione delle reti e superfici capaci di assorbire. Il 10 settembre a Vicenza il primo ha funzionato e il secondo è stato superato.

Fonti dei dati: pluviometri e idrometri dell’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, letti a passo di cinque minuti; archivio della stazione di Thiene per totali, intensità e temperature; radar del Dipartimento della protezione civile per la classificazione dei fenomeni; rete mareografica ISPRA per le temperature marine; campi di geopotenziale a 500 hPa e di pressione al suolo dalle analisi sinottiche diffuse alla vigilia dell’evento; elaborazione dei tempi di ritorno sui dati ARPAV e documentazione degli effetti dalla cronaca locale del 10 e 11 settembre 2026. Contenuto informativo, non un bollettino ufficiale.

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